I “tesori sepolti” del convento di S. Antonino

Entrando nel chiostro del convento di Sant’Antonino si rimane colpiti per la bellezza, la luminosità e l’imponenza semplice della struttura. Durante i lavori di consolidamento delle volte, una preziosa sorpresa è stato il ritrovamento di reperti ceramici rinvenuti nei rinfianchi di volta di due ali del chiostro. Il loro restauro è stato condotto dalla ditta DART, specializzata in opere d’arte, dipinti, sculture e soprattutto materiale archeologico. Al suo arrivo, nel luglio 2007, il recupero dei reperti era stato già effettuato da oltre nove mesi. Fra il materiale rinvenuto ci sono numerose quartare, bumbuli, giare, tre cannate (brocchette da tavola), un tiano e un curioso cantero (di quelli usati per i bisogni corporali!) a quattro anse: alcune forme sono state trovate integre, altre interamente frammentate, cinque recano incise a marchio o a mano delle date che vanno dal 1704 al 1728. Apprendiamo le fasi del restauro, eseguito magistralmente, dalla stessa restauratrice, Silvia Gambardella. La prima parte ha interessato il lavaggio dei pezzi che successivamente, dopo l’asciugatura, sono stati suddivisi per tipologia (ricordiamo che tutti i frammenti erano stati ritrovati mischiati tra di loro). Recuperati i pezzi appartenenti ad una medesima forma si è proceduto al loro montaggio provvisorio, operazione che richiede tempo, ma necessaria per visualizzare il reperto nel suo insieme, per comprenderne il profilo e prendere visione delle eventuali lacune rimanenti. Infine, dopo lo smontaggio, si è proseguito con il consolidamento dei frammenti e con l’incollaggio. L’ultima, eventuale, operazione è consistita nell’integrazione delle lacune con gesso pigmentato; per questa fase, in generale, possiamo dire che il principio utilizzato è stato quello di dare forma, staticità e struttura al manufatto senza forzature. A questo punto sorge spontaneo chiedersi perché dedicare tanto tempo e fatica al recupero di oggetti in terracotta dal limitato valore artistico e di cui possiamo trovare copie perfettamente integre nelle nostre cucine in stile rustico. Innanzi tutto i reperti sono documenti preziosi della storia del convento: non solo parlano delle attività agricole e della vita quotidiana ad esso legate, ma ci danno anche informazioni precise sulle fasi costruttive del chiostro; ad esempio, poiché alcuni frammenti sono datati, possiamo essere certi che il lavoro di copertura delle volte non è antecedente al 1728, data più recente ritrovata sui frammenti. Inoltre il materiale, che rappresenta per ricchezza e varietà dei pezzi un unicum per la città di Barcellona, documenta una produzione locale che trova corrispondenza nella nostra toponomastica (i Quattalari); è infatti omogeneo e, anche se resta da chiarire se si tratti di uno scarto di fornace utilizzato dai muratori o di materiale adoperato sul sito, in ogni caso è plausibile che sia locale perché i costruttori difficilmente avrebbero usato un materiale di riempimento scarsamente reperibile. Quindi, come ha sottolineato la signora Gambardella, non è stato condotto solo un lavoro di restauro, ma anche di ricerca; di fatto tutto il materiale rinvenuto è stato schedato e descritto nei minimi particolari. Una significativa testimonianza riguardo l’esistenza di una produzione locale di terracotta (ma anche sulla storia di Barcellona) ci è data dalla descrizione che abbiamo rinvenuto nell’opera del romanziere scozzese John Galt che, nel corso dei suoi viaggi, passò anche per il nostro paese. Infatti dal suo libro, Voyages and travels in the years 1809, 1810 and 1811 (Londra, 1812), apprendiamo: Barcellona è una cittadina sparpagliata con, probabilmente, cinquemila abitanti. Vedemmo qui una partita di dragoni britannici, e non potemmo, senza orgoglio, non osservare la superiorità delle loro figure rispetto a quelle dei siciliani. Vi è prodotta una piccola quantità di seta, per la vendita; ma il principale prodotto commerciato è la terracotta che, per i suoi scopi, è “etruscamente” leggera ed elegante. Il materiale usato dai vasai è, in primo luogo, il locale terriccio, miscelato con argilla.

Bruciato, esso assume un colore bruno-giallastro. Alcuni vasi sono ornati con lineamenti floreali neri e altre forme, con lo stesso stile dei vasi antichi. Oltre al dato storico che apprendiamo dal testo, ci sorprende notare la corrispondenza tra la descrizione dei vasi operata dal Galt con diverse quartare rinvenute nel convento di sant’Antonino, anch’esse decorate con semplici motivi floreali e geometrici neri. Per quanto concerne la verniciatura dei vasi, la tecnica utilizzata è quella descritta dallo storico barcellonese Filippo Rossitto, il quale, nella sezione della sua monografia su Barcellona, dedicata ai Cenni di storia naturale, parla delle pietruzze di piombo terroso o cromato, ritrovate nel greto di piccoli torrenti presso Pozzo di Gotto, che, bruciate dai vasai, servivano ad inverniciare i vasi di argilla cotta.

Nel giugno 2018 le ceramiche sono state esposte in una mostra presso il salone del convento, riscuotendo una grande presenza di visitatori.